Seminario: La storia d’Europa all’epoca della crisi dell’Unione Europea

Lo scorso 18 marzo, presso il Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo – SAGAS dell’Università degli Studi di Firenze e di Siena, si è tenuto il seminario La storia d’Europa all’epoca della crisi dell’Unione Europea. L’incontro è stato organizzato nell’ambito del Dottorato in Studi Storici dell’Università di Firenze e di Siena, del Dottorato in Storia e Scienze Filosofico-Sociali dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e del Dottorato in Storia dell’Europa dal Medioevo all’Età Contemporanea dell’Università degli Studi di Teramo.

Andrea Zorzi, direttore del dipartimento SAGAS, ha introdotto i lavori dando il benvenuto nella splendida Aula Magna di via San Gallo 10 e ha ricordato come il dipartimento si sia sempre interessato ai temi concernenti la storia d’Europa.

Il seminario è stato presieduto dal prof. Igor Mineo che nella sua introduzione ha ricordato come, nonostante vi siano stati numerosi progetti validi di periodizzare la storia d’Europa (come ad esempio la “Storia d’Europa” di Einaudi), nella fase attuale non sia possibile identificare una compiuta storia d’Europa. Questa lacuna ruota intorno a 3 poli: una storiografia europea molto attiva, ma al contempo estremamente variegata e frammentata; l’interruzione del processo di formazione di una vera identità europea; i numerosi problemi metodologici presenti nella narrazione della storia d’Europa.

La prima relazione è stata tenuta dal prof. Marcello Verga,“Per una storia delle storie d’Europa”. Il prof. Verga ha indagato le possibili periodizzazioni della storia d’Europa, partendo anzitutto dalla praticabilità di una periodizzazione. Non esiste un’unica storia d’Europa: si deve bensì parlare di diverse storie d’Europa che devono essere contestualizzate nelle diverse congiunture politiche. La storia d’Europa di Voltaire e Croce non è la stessa di Marx o di Pirenne. Una questione centrale, nelle diverse interpretazioni, è la definizione dello spazio geografico dell’Europa di cui si costruisce la storia. Per lungo tempo l’Europa coincide unicamente con i territori abitati dai popoli latini e germanici, non da quelli slavi. La Prima guerra mondiale, conflitto non solo di potenze ma anche di scuole storiche, fu la prima vera occasione di riflessione sui confini e si iniziò dunque a parlare anche di Europa orientale e centro-orientale, concetto che verrà largamente impiegato a seguito della caduta dell’URSS. Nel corso del Novecento, la storia d’Europa ha vissuto periodi di grande splendore, ad esempio a seguito della pace di Versailles, quando essa veniva elogiata in opposizione ai totalitarismi. In quel periodo, precisamente nel 1953, Churchill organizzò un seminario dal titolo “Chi sono gli europei?”, uno dei momenti centrali di discussione sull’integrazione europea. A partire dalla metà degli anni Cinquanta venne profuso un grande impegno nella costruzione della futura Unione e dei cittadini europei. Ad oggi, si può affermare che il processo non sia compiuto o che sia compiuto solo parzialmente.

Nella seconda relazione “Nation building e Europe building: identità, cittadinanza, sovranità alla luce dell’esperimento europeo”, il prof. Pietro Costa mette in luce la collocazione temporale dell’ordinamento europeo nel secondo Novecento. Un ordinamento che comprende, ma altresì trascende, gli Stati nazionali. I processi di State building osservabili nell’Ottocento e quello di Europe building del secondo Novecento presentano alcuni punti di contatto, ma sono profondamente differenti. Nella costruzione degli Stati moderni vi è la convergenza di esigenze di più attori sociali, mentre lo Europe building è sostanzialmente incentrato sulle élites politiche e intellettuali. Gli europeisti sostengono che le due guerre mondiali e i totalitarismi siano segni evidenti di crisi e degenerazione degli Stati nazionali. In quest’ottica si muove tutto il costituzionalismo post-bellico, focalizzato sulla dialettica fra diritti e Stato. Nell’edificazione europea entrano in crisi la sovranità interna ed esterna degli Stati, un processo articolato che coinvolge politica, cultura, economia, diritto. Il processo di integrazione presenta tre problemi fondamentali. Il primo è il fondamento: la tradizione storica europea si fonda sulla cultura greca, romana e sul cristianesimo, poli su cui costruire un’identità europea che avrebbe tratto legittimità dal riconoscimento dei diritti umani, vero perno dell’integrazione europea. Ma tali diritti, a differenza della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, sono in larga parte diritti della persona e, in misura ridotta, diritti sociali e civili, in coerenza con la concezione cattolico-liberale su cui si sviluppano gli albori dell’integrazione europea. Il secondo problema riguarda la governance europea, che, come tale, non è government. L’Unione Europea presenta una struttura policentrica di coordinamento e una comunità politica difficilmente definibile. E’ un percorso a metà: gli Stati nazionali non si estinguono ma sono indeboliti, la cittadinanza europea è secondaria rispetto a quella statale, l’UE ha un margine d’azione ristretto e limitato. La governance gode di una legittimità molto limitata, conseguenza dell’ordinamento europeo, che la distanzia notevolmente dalla comunità politica di riferimento. Il terzo e fondamentale problema è legato alla cittadinanza. La cittadinanza europea è un concetto molto diverso dalla cittadinanza ottocentesca. Negli Stati nazionali la cittadinanza era la condizione necessaria alla titolarità di diritti e doveri, ma soprattutto era conseguenza di un’identità e di un processo economico-politico. La cittadinanza europea è invece qualcosa di poco tangibile, e risultante di un processo identitario debole. La cultura storica e dei diritti umani non sono sufficienti a creare un’identità europea. Inoltre, il restringimento dell’accesso alla cittadinanza crea una tensione, poiché, con le migrazioni, sono sempre di più gli esclusi dai diritti umani e civili. Non si supera la dicotomia di derivazione ottocentesca cittadino/straniero: l’ordinamento europeo, nonostante la sua natura post-statuale, non risolve tale tensione. I diritti sociali sono determinanti in democrazia: ma se in Europa i diritti sociali sono residuali, come si può aspirare a diventare comunità politica? Lo Stato sociale si fonda sulla protezione dei cittadini da parte dello Stato: ma se lo Stato e la sua sovranità sono indeboliti, e al contempo non esiste un organismo sovranazionale in grado di sopperire a tali mancanze, cosa succede? Con l’attuale assetto, secondo il prof. Costa, scricchiolano sia la legittimità degli Stati che quella dell’Unione.

La relazione del prof. Pasquale De SenaLo stallo del processo di integrazione europea: una prospettiva giuridica“, sottolinea un sostanziale fallimento della prospettiva funzionalista dell’integrazione, di cui i casi giuridici sono dei sintomi osservabili. Dopo il Trattato di Maastricht si ha l’illusione che, tramite la convergenza dei criteri economici, si sarebbe di conseguenza avuta una convergenza politico-sociale. Vi sono alcuni casi giuridici che, al contrario, dimostrano la crisi dell’integrazione nei diritti umani, uno dei pilastri dell’Unione. Il prof. De Sena, attraverso l’analisi di due casi giuridici, evidenzia la debolezza dell’ordinamento europeo e la negazione dei conflitti operata dagli Stati membri, i cui interessi particolaristici continuano a prevalere sulla dimensione europea.

La professoressa Laura Di Fiore, autrice della quarta e ultima relazione “L’Europa nella rete della storia globale“, opera un’accurata analisi della storia d’Europa all’interno della Global History. La storia globale applica due metodologie in merito: il rifiuto dell’eurocentrismo e la valorizzazione dei contesti esterni all’Europa nell’ottica di una rete multipolare; la ricerca di nuovi parametri di ricerca che trascendano lo Stato nazionale in funzione dell’oggetto studiato (ad esempio su base regionale, macroregionale o continentale). La storia globale tenta di relativizzare la storia d’Europa, avvicinandola alla realtà e distanziandola dal mito. Un’operazione possibile, ad esempio, attraverso la costruzione di una storia d’Europa come storia delle regioni: cambiare il parametro di riferimento, anche in funzione spaziale e non solo temporale, riportare alla luce storie poco valorizzate, come la storia del Mediterraneo o la storia dell’Europa meridionale. Nella Global History si opera altresì una ridefinizione della “grande divergenza”, ovvero l’indagine sulle modalità in cui l’Europa ha esercitato per secoli un’egemonia su scala globale. Tale supremazia è in realtà di natura congiunturale, come dimostra la dicotomia tra Stati Uniti e URSS nel secondo dopoguerra, l’egemonia statunitense dopo la caduta dell’URSS e l’attuale ascesa delle tigri asiatiche. La supremazia è dunque contingente e multipolare, non ha carattere strutturale. La storia globale ha altresì studiato la formazione delle culture e dei saperi con l’obiettivo di smontare l’assioma per cui scienza e cultura europee siano state assorbite passivamente dal resto del mondo. L’europeizzazione è un concetto limitato: métissage (meticciamento) è più appropriato. La relazione della prof.ssa Di Fiore si è conclusa con alcuni interrogativi: quando si tratta la storia d’Europa, quale Europa viene considerata? Lo Stato-Nazione è l’unico parametro utilizzabile nella storiografia? Nello specchio globale è possibile trovare caratteri peculiari europei, magari con metodologia globale/spaziale?

 

Alessandro Laruffa

 

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One thought on “Seminario: La storia d’Europa all’epoca della crisi dell’Unione Europea

  1. In un’accezione piu ristretta per storia dell’Europa si intende invece la storia dell’ Unione europea, dalla creazione della Comunita economica europea con i trattati di Roma ( 1957 ) fino a oggi.

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