Salvatore Bono e le Guerre corsare nel Mediterraneo

Come annunciato su Isemblog, giovedì 16 gennaio l’Istituto Storico Italiano per l’età Moderna e Contemporanea ha presentato il libro di Salvatore Bono: Guerre corsare nel Mediterraneo. Una storia di incursioni, arrembaggi, razzie, edito da Il Mulino.

La presentazione, organizzato in collaborazione con l’Isem – Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del CNR, e del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, si è tenuta nella sala del secondo piano del Palazzo Mattei di Giove. I saluti dell’Isem sono stati portati da Anna Maria Oliva in sostituzione del direttore Alessandra Cioppi.

Valentina Favarò (Università degli Studi di Palermo) apre la riunione evidenziando come il volume – un libro agile adatto anche ai non addetti – parli della connessione fra le due sponde del Mediterraneo, e come corsa e pirateria non si riducano a meri rapimenti e bottini. Infatti è necessario allargare lo spettro e studiare altri fenomeni perché, dal Mediterraneo, la storia si irradia oltre. Soprattutto col passaggio tra il ‘500 e il ‘600, il Mediterraneo diventa policentrico grazie alla sempre maggiore presenza di olandesi e inglesi che permette di mettere in relazione il mare interno con ciò che accade nell’Atlantico. Dalla metà dello scorso secolo il tema “corsari nel Mediterraneo” ha cominciato a diventare centrale, anche se permane la confusione tra corsari e pirati usati come sinonimi. Nonostante ciò, spesso non viene ancora messo in evidenza il ruolo della guerra di corsa e della pirateria tra le potenze europee. Infatti anche parlando di pirati e corsari, è necessario rifuggire dalla contrapposizione di religioni e culture.

Nel suo intervento Marcello Verga (Istituto Storico Italiano per l’età Moderna e Contemporanea) annota per prima cosa l’assenza, nel volume, delle donne. Prosegue poi cogliendo la complicazione della definizione di corsari, pirati e, poi, cavalieri: corsari tra guerra e pace in un excursus di tre secoli, fin oltre il Congresso di Vienna. E l’evidenza della grande maestrìa di Salvatore Bono di maneggiare le schede d’archivio, incastrando prede e traffici per recuperare storie. Nell’ultimo capitolo Salvatore Bono mette in guardia dal pericolo di usare suggestioni inesistenti per leggere il presente attraverso il passato. Non è un caso che la prima storia del Mediterraneo che da spazio alla corsa sia inglese, e ne esce un Mediterraneo fatto di uomini in corsa. In una cesura già sottolineata da Braudel, Bono parte dall’orizzonte di Lepanto e via più avanti, in un Mediterraneo che vede gli inglesi a Tangeri e poi a Gibilterra, gli Asburgo diventare una potenza mediterranea, con tutti i mutamenti economici che seguono questi eventi, mettendo in campo la sua capacità di una lettura complessiva del Mediterraneo e guardando dalla costa Adriatica l’espansione turca nei Balcani.

Marcello Verga fa notare la mancanza della storia del Mediterraneo nella Casa della Storia Europea a Bruxelles, un Mediterraneo così assente da essere stato inserito soltanto di recente nella programmazione Horizon 2020. Abbiamo bisogno di allargare e rovesciare lo sguardo, farla finita con il Maometto e il Carlomagno di Pirenne. Dal Mediterraneo dobbiamo guardare alla storia europea soprattutto per la conoscenza dei processi storici. Abbiamo bisogno di riprenderne la storiografia: dal 1927 nessuno storico italiano si è cimentato nella storia del Mediterraneo; nonostante ogni settimana esca in Italia un libro che lo ha come oggetto, manca una riflessione storiografica.

 

Al termine della presentazione la discussione viene avviata da Maria Rosaria Delli Quadri (Università di Firenze) che porta la testimonianza della redazione della “Storia del Mediterraneo moderno e contemporaneo” in cui le autrici hanno dovuto fare i conti con difficoltà metodologiche, storiche e cartografiche, e con la mancanza, nelle carte geostoriche, del Mediterraneo meridionale e delle sue sponde. È necessario capire cosa significa “storia del Mediterraneo”, vuol dire tutto e nulla (Braudel) Bisogna capire da quale punto di vista ci si pone. Servirebbe una prospettiva lunare, una prospettiva globale di tutto ciò che entra ed esce dal Mediterraneo.

Anche Viviana Tagliaferri (Isem-Cnr) evidenzia le difficoltà di approccio all’argomento, che non attira gli storici per problemi etici, di costruzione del soggetto, difficoltà di lingua. Un problema molto sentito è la storiografia nazionalista. La sua difficoltà nel trovare una visione globale nel suo ambito di studio – il passaggio dal 600 al 700 – è nella modalità stessa della vita del Mediterraneo: i corsari, quando arrivano nei porti, non sono più tali, ma diventano mercanti.

Gaetano Sabatini (Università Roma Tre) nel 2018, la settimana di studi dell’Istituto Datini ha avuto come tema: Reti marittime come fattori dell’integrazione europea; gli interventi hanno evidenziato come pirateria e corsa abbiano agito quali fattori d’integrazione e non di rottura. Lavorando su mercanti a Napoli, è emerso che il mercante che controllava il grano era armatore dei vascelli corsari con appalto del luogotenente del re, cosa di cui Venezia si lamenta. Sabatini fa notare che in Italia sta crescendo una generazione di giovani storici con una forte coscienza geografica; profondamente integrati, manca loro l’ultimo tratto del percorso formativo, che potrebbe essere attivato da istituzioni quali il Cnr.

Angelo Maria Cattaneo (Isem-Cnr) riporta due esperienze didattiche condotte nelle università di Bari e di Groningen. Attraverso Michele da Rodi il Mediterraneo ha coinvolto gli studenti Olandesi che sono lontanissimi dal punto di vista geografico ma, in realtà, una delle rotte arrivava nelle Fiandre dal Mar Nero, costruendo così una tecnologia navale condivisa. Il Mediterraneo non è un’astrazione degli Stati: esso entra nell’esperienza personale attraverso la realizzazione delle carte geografiche costruite passo passo da viaggiatori alfabetizzati.

Isabella Iannuzzi (Università Lumsa) porta Simon Ruiz come esempio di un altro aspetto, quello mercantile e bancario. Dopo il 1492 Granada è il fulcro di diversi elementi innovativi, e di acquisizione di un nuovo sistema produttivo e fiscale. È necessario esplorare vie originali, analizzare le monarchie, e vedere quali percorsi possono aprirsi.

Per Stefano D’Atri (Università di Salerno) il problema linguistico non esiste. Noi perdiamo un pezzo del Mediterraneo perché seguiamo la storiografia veneziana che continua ancora oggi la sua guerra contro Ragusa. L’unico storico che parla dell’ascesa della repubblica ragusana è David Abulafia, sottolineando sia la sua espansione commerciale fino alle Fiandre, sia il rapporto privilegiato con l’Impero Ottomano, testimoniato anche dall’esiguità del tributo pagato da Ragusa agli ottomani. Ribadisce quindi che il problema non è la lingua, ma la dismissione degli occhiali veneziani.

Michele Rabà (Isem-Cnr) interviene parlando di un rinvenimento tra le carte strozziane a Firenze: un collegamento tra Piero Strozzi e il filo-francese Vescovo di Ragusa, che ribadisce l’importanza della Repubblica di Ragusa come centro di informazione e chiave rilevante per le politiche della famiglia Strozzi.

Stefano D’Atri ricorda che dal 1300 i vescovi di Ragusa non possono essere nominati dalle famiglie, ma provengono tutti dal seminario di Loreto, quale garanzia della loro funzione antimusulmana.

Maria Rosaria Delli Quadri interviene con una domanda. Lavorando sulle fonti diplomatiche plenipotenziarie inglesi di inizio ‘800, ha trovato dispacci, che si susseguono da fine ‘700 e per diversi decenni, riportanti l’esigenza di porre fine alla pirateria ma, nello stesso tempo, di salvaguardare gli equilibri di potere all’interno del Mediterraneo mantenuti dalla pirateria stessa. All’autore risulta se anche la corsa avesse questo obiettivo?

Salvatore Bono risponde ai quesiti sollevati ricordando con le parole di Ludovico Antonio Muratori: “Regnanti che invece di unirsi per schiantarli vanno a mendicare dagli ottomani”. Bisogna approfondire la storia della partecipazione europea nelle guerre corsare, di cui siamo complici in molta parte.

L’endiadi Europa e Mediterraneo viene vista in contrapposizione, del tipo partenariato Europa e Mediterraneo: 6 Paesi europei e 6 dell’altra sponda, un dialogo fallito per volontà dei governi, volontà di cui dobbiamo prendere atto. Nei tavoli dove si parla di dialogo, viene messo come responsabile chi è contrario, a cui non piace il Mediterraneo ma che vuole esserne lo storico. Bisogna vedere il “mondo Mediterraneo”, perché non ha più senso parlare di Paesi singoli. Riprendendo il discorso sulla storia del Mediterraneo in Europa e in Italia, Bono fa notare che gli ultimi libri sulla storia mediterranea sono stati pubblicati in Germania, da un istituto che dipende dal governo federale, e che il primo convegno sulla schiavitù nel Mediterraneo si è svolto a Zurigo.

Una delle chiavi di lettura è la reciprocità e la complicità. Il mondo politico preferisce la contrapposizione. Stefan Hanns ha scritto sull’”evento Lepanto” e sulla sua costruzione storica. Infine, rispondendo all’osservazione di Marcello Verga, conferma che in questa storia non ci sono le donne pirata, ci sono quelle catturate, che spesso sposano gli ottomani.

Alla domanda sui progetti futuri, Salvatore Bono annuncia una raccolta di saggi pubblicata prossimamente in un volume della collana Isem “Europa e Mediterraneo”, mentre sta lavorando ad un libro sul “farsi cristiano” ed uno sui rinnegati. I suoi lavori non sono costruiti sugli archivi dell’Inquisizione, ma sono il risultato dell’unione di tante briciole raccolte nel corso degli anni.

 

Rosalba Mengoni

Immagini di Michele Rabà

 

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