Sigurðr Jórsalafari: un eroe tra due mondi

Con grande piacere pubblichiamo, a cura dello stesso autore, un estratto dall’introduzione del volume di Francesco D’Angelo: Il primo re crociato. La spedizione di Sigurd in Terrasanta, edito da Laterza (2021).

Sigurðr Jórsalafari: un eroe tra due mondi

La storia che ci accingiamo a raccontare ha come protagonista un re cristiano del XII secolo che, desiderando farsi crociato e visitare i Luoghi Santi, si imbarca per un lungo e pericoloso viaggio in Oriente. Fin qui non vi sarebbe nulla di straordinario se consideriamo che dall’XI al XIII secolo le crociate in Terrasanta – campagne militari combattute da cristiani e musulmani per il controllo di Gerusalemme e della Palestina – videro la partecipazione di tanti personaggi di nobili natali (imperatori, re, principi) i quali, spinti dalla motivazioni più varie, lasciarono il proprio paese, a volte anche per molti anni, per andare a combattere oltremare contro quello che, dalla fine del secolo XI, era diventato il nemico per eccellenza della cristianità.

La nostra storia, tuttavia, si distingue per la provenienza geografica e per l’estrazione socio-culturale del suo attore principale, il re di Norvegia Sigurðr Magnússon (1089-1130): non un imperatore germanico, quindi, né un sovrano francese o inglese, bensì uno scandinavo, signore di un regno lontano in cui il cristianesimo si era definitivamente affermato da appena un secolo. Ciò fa di lui una figura quantomeno insolita nell’ambito delle crociate, fino a pochi decenni addietro reputate fenomeno esclusivamente mediterraneo in cui gli scandinavi avrebbero avuto un ruolo defilato se non addirittura insignificante, quasi da semplici spettatori. Una simile convinzione, però, è insostenibile alla luce delle più recenti ricerche ed è clamorosamente smentita dalla vicenda personale di Sigurðr – primo sovrano cristiano a visitare il regno latino di Gerusalemme dal tempo della sua fondazione (1099) – e da quelle di tanti altri che prima e dopo di lui, dalla Scandinavia, percorsero con regolarità le vie di pellegrinaggio verso i principali santuari (Roma, Gerusalemme, Compostela) e apportarono altresì un contributo importante allo stesso movimento crociato.

Sigurðr e Baldovino (Gerhard Munthe, 1899). Dettaglio delle scene dal viaggio di Sigurðr: Enrico I d’Inghilterra, Santiago de Compostela, Alcácer do Sal, Formentera, Ruggero II di Sicilia

Esaminando più da vicino la spedizione di Sigurðr, ciò che colpisce è anzitutto il suo itinerario articolato e la considerevole distanza coperta. Salpati nel 1107 dalla città di Bergen, nella Norvegia occidentale, i norvegesi seguirono una rotta che dall’Atlantico li avrebbe condotti nel Mediterraneo: dopo una sosta iniziale in Inghilterra per trascorrere l’inverno, raggiunsero la Spagna cristiana (Galizia) e musulmana (al-Andalus), espugnando e saccheggiando alcune città costiere. Superato lo stretto di Gibilterra, i norvegesi toccarono in successione le Baleari e la Sicilia, sostandovi prima di ripartire per l’Oriente. Qui la crociata entrò nel vivo: a Gerusalemme Sigurðr fu infatti ricevuto calorosamente da re Baldovino I (1100-1118), insieme al quale pianificò l’assedio di Sidone, città che cadde nell’inverno del 1110. Ritenendo di aver assolto il proprio voto, Sigurðr prese di nuovo il mare, questa volta in direzione di Costantinopoli, dove per qualche tempo fu ospite del basileus Alessio I Comneno (1081-1118). Giunto il momento di prendere commiato, il re si incamminò via terra attraversando la Bulgaria, l’Ungheria, la Germania e la Danimarca, ultima tappa prima del definitivo rientro in patria: quando Sigurðr mise finalmente piede sul suolo norvegese era il 1111, ed erano trascorsi quattro anni dal giorno della sua partenza.

Tracciato idealmente su una mappa, l’itinerario di Sigurðr e dei suoi uomini si configura come una sorta di periplo del mondo conosciuto, un vero e proprio viaggio dall’estrema periferia settentrionale, la Norvegia, fino al centro della terra, Gerusalemme, città che per i cristiani medievali rappresentava, sia fisicamente che spiritualmente, l’ombelico del mondo e il ponte d’accesso tra la terra e il cielo. Grazie a tale impresa, che ebbe una vastissima eco tra i contemporanei, Sigurðr guadagnò in patria fama e onori nonché il soprannome con cui è tuttora noto: Jórsalafari, che in antico nordico (o norreno) significa letteralmente «che ha viaggiato a Gerusalemme», «Gerosolimitano» (da Jórsalir, «Gerusalemme», e fari, «viaggiatore»). Al di là delle problematiche immediatamente legate a un viaggio in mare così lungo, come per esempio la vita quotidiana a bordo o la scelta delle rotte da seguire, ai nostri occhi la sua straordinarietà risiede soprattutto nella sua valenza simbolica, nel suo essere cioè il punto di incontro fra due realtà, quella nordica e quella mediterranea, geograficamente e culturalmente distanti tra loro, in uno scenario reso peraltro più complesso dal fatto che, nel XII secolo, il mondo mediterraneo si presentava a sua volta diviso tra la componente latina occidentale, quella greco-bizantina e quella arabo-islamica.

Sigurðr e Baldovino (Gerhard Munthe, 1899). Dettaglio delle navi di Sigurðr

Eccezionale momento di confronto fra mondi così lontani, la vicenda di Sigurðr è unica anche per la compresenza di elementi di origine differente: da un lato, la tensione spirituale e la devozione religiosa, proprie di tutta l’epoca delle crociate; dall’altro, il desiderio di avventura, la ricerca della fama e la brama di oro e di ricchezze, tipici dell’età vichinga. Come due facce di una sola medaglia, ambedue gli aspetti – quello «crociato e quello «vichingo» – emergono a più riprese nel corso della storia e convivono perfettamente nella stessa persona di Sigurðr, devoto re cristiano e carismatico capo guerriero. Questa compresenza, apparentemente contraddittoria se pensiamo alle immagini stereotipate del crociato quale nobile cavaliere cristiano e del vichingo quale barbaro guerriero pagano, è in verità figlia del particolare contesto storico in cui vissero Sigurðr e i suoi uomini. In Scandinavia, infatti, il periodo tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII segnò il crepuscolo dell’età vichinga e il termine di un secolare processo di evoluzione e di trasformazione politica, religiosa, sociale, culturale. Innescato attorno al IX secolo da una concatenazione di fattori interni ed esterni, tra i quali l’arrivo del cristianesimo, esso aveva prodotto una serie di cambiamenti fondamentali: mutano i valori culturali, l’etica e le mentalità, emergono nuovi ceti sociali e si modificano le strutture politiche e socio-economiche ereditate dal passato. Benché tali mutamenti si verificassero in ciascun paese con tempi e modi differenti, elementi comuni furono la conversione al cristianesimo, il consolidamento dell’istituzione monarchica e la cessazione delle spedizioni vichinghe (occasionali o stagionali), che sotto la spinta di un processo di accentramento del potere furono progressivamente sottratte al controllo dei capi locali e infine sostituite da vere e proprie campagne di conquista, organizzate e guidate direttamente dai re. Al tempo della partenza dei crociati norvegesi, dunque, la Norvegia attraversava la fase finale di questa evoluzione e ciò spiega la sopravvivenza, nella storia e nella figura di Sigurðr, di elementi tipici dell’antica società nordica che fanno di lui una sorta di «eroe tra due mondi».

Francesco D’Angelo

 

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