L’orto, alimento dell’anima e del corpo

L’orto è stato da sempre per l’uomo il rifugio dell’anima, della mente e del cuore, nonché una fonte di sostentamento alimentare nei periodi di difficoltà. L’orto garantisce l’autoproduzione di verdura e frutta, ma anche scambio di saperi e prassi che giorno dopo giorno si rinnovano e si sviluppano.

 

Già nell’antica Roma, Marziale ci da testimonianza della presenza di orti  lungo i pendii suburbani della città. Erano orti che appartenevano alle ricche famiglie romane, le quali da semplice strumento di sostentamento li trasformarono in luoghi di diletto.

Nel Medioevo un forte attaccamento all’orto è da attribuire alla tradizione monastica, caratterizzata appunto dall’“hortus monasticus”, che grazie a S.Benedetto viene sì concepito come una realtà economica necessaria all’autosufficienza del monastero, ma anche e soprattutto come un ambiente nel quale pregare, meditare, conversare e vivere.

Propria del XVIII secolo è la cosiddetta “vittoria dell’orto sul campo”. In seguito al boom agricolo dovuto all’adozione di nuove e più efficienti tecniche di lavorazione, si superò il centenario divario fra agricoltura e orticoltura e la capacità produttiva dell’orto venne esportata nella coltivazione dei campi.

In tempi più recenti è da menzionare l’utilizzo degli orti in chiave medica: tra 800 e 900 i loro comprovati benefici sulla salute fecero sì che molti sanatori si dotassero di appositi spazi per permettere ai propri pazienti la coltivazione di ortaggi.

 

 

Ancora nel XX secolo, gli orti hanno rappresentato una delle “risposte” chiavi della società ai momenti di crisi e depressione economica come quelli rappresentati dai due dopoguerra. L’orto, infatti, è considerabile alla stregua di un bene rifugio. Non garantisce ricchezza ma, se lavorato con impegno e competenza, non fa mai mancare i suoi frutti.

 

È importante sottolineare come ancora oggi, in chiave contemporanea, gli orti rivestano un’importanza non solo da riscoprire ma anche da valorizzare. Essi infatti si stanno dimostrando validi alleati per rispondere alle sfide poste dal mondo moderno.
L’arte di coltivare un orto è già praticata in un’ottica di sostenibilità in numerosi contesti nazionali e internazionali. Persino un ambiente complesso – ed a prima vista non compatibile con un orto – come quello delle grandi metropoli sta vedendo la nascita ed il rapido sviluppo di numerosi progetti di “orti urbani”.

In tal senso è degno di nota l’esperimento portato avanti dal comune di Bologna nel quartiere periferico Pilastro, dove molti spazi urbani di proprietà del comune, attraverso gli orti, sono stati strappati al degrado e si sono trasformati in luoghi di aggregazione per la comunità locale.

Ancor più significativi sono i segnali positivi che vengono dal fronte degli orti situati nei pressi dei centri di prima accoglienza per i migranti. Stimolati attraverso l’esempio ed invogliati dai frutti che un orto produce, molti migranti si sono mostrati disponibili e talora entusiasti di partecipare ai lavori di preparazione della terra ed a prendersi carico della gestione di piccoli appezzamenti, con benefici incalcolabili sia per il benessere delle persone coinvolte sia per la tenuta del sistema di accoglienza.

In conclusione, l’orto può costituire un circuito virtuoso come strategia educativa e di inserimento sociale dei migranti o di riscatto per le fasce di popolazione più disagiate. Esso permette di insegnare e tramandare un lavoro complesso, consente di avvicinare il singolo al gruppo, stimolare la socializzazione e lo scambio con la possibilità quindi di produrre un laboratorio di ricerca sia per le scienze dure sia per quelle sociali.

 

di Antonio Cellitti e Giancarlo Villa

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