La strategia apolitica di Rajoy: blocco del Pleno e richiamo delle aziende catalane

Continua la guerra tattica in Spagna, in un braccio di ferro che vede contrapposti da un lato i fautori dell’indipendenza catalana e, dall’altro, l’unione dei poteri esecutivo e giudiziario – con ingerenze di quello legislativo – appartenenti allo Stato centrale. Quest’ultima, in particolare, è un’alleanza che si sta mostrando solida: l’operato svolto negli ultimi anni dai massimi organi giudiziari nazionali (Tribunal Constitucional, Fiscalía) e talvolta regionali (Tribunal Superior de Justícia de Catalunya) nei riguardi della questione catalana, infatti, risulta in linea con le opinioni e le decisioni del Governo di Mariano Rajoy. Ed ha già portato a conseguenze importanti, ad iniziare dalla delegittimazione legale del referendum del primo ottobre.

            L’obbiettivo è semplice, trasparente e a tratti ideologico: impedire con ogni mezzo l’indipendenza catalana, difendendo la Costituzione e l’unità dello Stato. Che poi questi ultimi non siano solo obbiettivi, ma anche uno scudo legale ed ideologico per raggiungerli, non cambia la sostanza. Con ogni mezzo, abbiamo detto: lo scontro cui stiamo assistendo, quindi, non si gioca solo sul campo legale, politico ed istituzionale – di sicuro molto poco su quello politico –, ma è stato portato da Rajoy sul terreno privilegiato dell’azione giudiziaria e poliziesca. Facendo così, però, il presidente del Consiglio spagnolo si espone ad un grave errore strategico: il rifiuto categorico del dialogo, della mediazione, del politico. Che sia dovuto all’incapacità, ad un preciso gioco tattico, o alla nostalgia dei tempi in cui la politica e il dialogo non erano presi in considerazione, però, cambia ben poco: si tratta di una mancanza decisamente disfunzionale, resa più aspra dalla presa di posizione del Re di martedì scorso. Una mancanza, ad ogni modo, che non ci si esime dal criticare; soprattutto da parte degli indipendentisti, che rilanciano chiedendo una risposta alle proposte di mediazione fatte al Governo centrale.

            Alcune delle tappe salienti di questa strategia apolitica, giudiziaria e poliziesca sono note a tutti. A partire dalla dichiarazione dell’illegalità del referendum, infatti, si è assistito ad un’azione progressiva volta al suo sabotaggio tecnico: oscuramento dei siti internet degli attivisti, cancellazione delle app di organizzazione e coordinazione per il referendum, occupazione del palazzo delle telcomunicazioni regionale, arresto di alcuni dirigenti, perquisizione della sede dell’Economia catalana, congelamento dei beni dell’equipe indipendentista, e minacce di ripercussioni giudiziarie per chi avesse mantenute aperte le scuole per la votazione. Fino all’atto plateale, messo in scena il giorno del referendum: una vasta repressione fisica della votazione, tra violenze, abusi e furti di schede. Disturbare la votazione, dunque, per renderla inconsistente anche in termini numerici: che ci siano riusciti, però, è cosa dubbia.

L’obbiettivo rimane lo stesso anche dopo il “1-O”, concentrando le sue strategie non più sul sabotaggio del referendum – già avvenuto –, quanto sulla sua delegittimazione, sull’inibizione della DUI (Declaración Unilateral de Indipendencia) e sull’inibizione in toto del processo. L’ipotesi dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, poi, viene continuamente rimandata: la sospensione dell’autonomia catalana viene infatti vista dagli analisti come una specie di “bomba atomica” [sic] del Governo, che se sganciata aprirebbe il passo ad una serie crescente di tensioni da parte della popolazione. Lo abbiamo d’altronde visto martedì scorso – e per chi conosce la Storia catalana sembra un po’ una costante – con quale vigore il popolo catalano sia pronto ad usare la pressione della piazza, specialmente in momenti in cui respirano aria di repressione. Che questa pressione sia pacifica quanto affermano le autorità regionali, poi, è un altro conto.

            La strategia del Governo e dei tribunali, dunque, non è cambiata per niente, ma si è solo adattata rapidamente al nuovo contesto. Precisamente in queste tre direzioni: la minaccia esplicita a Puigdemont, invitato a cancellare la DUI per evitare “mali maggiori”; il blocco del Tribunal Constitucional al Pleno di lunedì prossimo, ossia la riunione del Parlament catalano in cui ci si aspettava che si sarebbe proclamata la dichiarazione d’indipendenza; infine, un piano di facilitazione per le aziende – in particolare le banche – che vogliono spostare la loro sede sociale al di fuori della Catalogna, in modo da allontanare i capitali e gli investimenti e colpire la regione dritta al suo cuore finanziario.

            Qualche specificazione è però d’obbligo. In primis, c’è da dire che la decisione presa dal Tribunal Constitucional sulla soppressione del Pleno ha alla base una mozione del partito socialista catalano (PSC), federato con il PSOE nazionale e unionista; un partito, dunque, che formalmente fa parte dell’opposizione, anche se l’intesa tra PSOE e PP ha una casistica statisticamente rilevante. Il TC ha quindi accolto la richiesta di parte socialista, sulla base dell’articolo 56.6 della Ley Orgánica del Tribunal Constitucional e con la motivazione che il Pleno, qualora dichiarasse l’indipendenza, farebbe cadere anche la sua stessa legittimità costituzionale in quello stesso momento – in quanto annullerebbe la stessa Costituzione –. Questa mossa, come prevedibile, non ha mancato di suscitare dure critiche da parte indipendentista, in particolare dalla presidente del Parlament Carme Forcadell.

            In secondo luogo, la facilitazione alle aziende che voglio emigrare dalla Catalogna costituisce sì una misura politica in chiave anti-indipendentista, ma non per questo si può parlare di un piano premeditato. Lo studio preventivo sull’applicazione di tale misura, infatti, si è venuto a concretarsi solo dopo l’annuncio, nella giornata di ieri, del trasferimento della sede sociale della banca Sabadell – una delle massime entità storiche presenti in Catalogna – ad Alicante, città che vanta una vasta rete di supporto logistico e di gestione dei dati. Una città, fra l’altro, a sud della Comunidad Valenciana, storicamente più fedele all’unità della Spagna ma in area linguistica vicina a quella catalana. Quando anche CaixaBank ha annunciato l’intenzione di un’azione simile, quindi, il Governo non si è lasciato scappare l’occasione, iniziando a lavorare su una misura – che secondo Reuters dovrebbe essere pronta già tra poche ore – che renda possibile tali trasferimenti senza dover passare per il consiglio degli azionisti.

            Chi aveva spinto questi due enti – peraltro d’importanza capitale per l’economia catalana – ad intraprendere quest’azione, in ogni caso, non è stato il Governo, ma i “planes de contingencia” scattati a seguito dei turbamenti politici degli ultimi giorni in Catalogna. La paura, in particolare, non era affatto causata – come si pensava in un primo momento – dall’ipotesi di un allontanamento forzato dalla Banca Centrale Europea, fattore che queste due banche considererebbero disastroso; anche se si dichiarasse l’indipendenza, infatti, esse continuerebbero comunque a dipendere dalla BCE. La vera questione, al contrario, era quella delle oscillazioni del mercato – che nella giornata di mercoledì era drasticamente calato, risalendo altrettanto velocemente dopo le dichiarazioni di ieri – e del nervosismo dei risparmiatori. Quanto a CaixaBank, la decisione su un possibile trasferimento a Palma si sta prendendo proprio in queste ore.

            Scarso effetto hanno quindi avuto le parole di Oriol Junqueras, vicepresidente del Govern ed assessore all’Economia, il quale ha voluto tranquillizzare i mercati sull’ottimo stato degli investimenti e sulle esportazioni dalla Catalogna: “Non ci sarà nessuna fuga di investimenti”, ha dichiarato ieri. La strategia tecnica del potere centrale, infatti, sembra stare dando qualche risultato.

 

 

                                                                                                     Enrico Giordano

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