La Public History in Italia: percorsi formativi, esperienze professionali

Cos’è la Public History? Come nasce in Italia, come si insegna e quali sbocchi professionali propone? Queste ed altre sono le domande poste, e a cui si è cercato di rispondere venerdì 16 giugno, nel corso dell’attività didattica destinata ai dottorandi in Storia e scienze filosofico-sociali dell’Università di Tor Vergata.

 

Visto l’interesse che l’ISEM nutre per la Public History, abbiamo partecipato alla giornata di studio, ricavandone, insieme ai molti appunti, notizie e suggestioni.

Nata negli Stati Uniti negli anni ottanta, la Public History è arrivata in Italia solo in anni recenti nonostante sia stata ispirata dalla nostra storia orale: infatti la PH non è altro che l’elaborazione e la diffusione della storia fuori dall’ambito accademico.

O, più semplicemente, con le parole di De Gregori:    la storia siamo noi, attenzione / nessuno si senta escluso

Paolo Bertella Farnese ci ha spiegato che in Italia manca la presenza della storia negli spazi pubblici, di conseguenza la dizione “storia pubblica” si presta a equivoci, e fa pensare ad un uso politico e distorto della storia. Per questo, a differenza di altri paesi non anglofoni, i public historians hanno deciso di usare l’anglicismo. La “cassetta degli attrezzi” è la stessa dello storico: non c’è contrapposizione tra lo storico pubblico e quello accademico, anzi il primo è un’estensione del secondo; è solo una questione di scelta. Ma una caratteristica propria dei public historians è il continuo scambio di informazioni.

Il public historian deve innanzitutto essere un buon divulgatore, ed Enrica Salvatori ci ha portato l’esempio di Alessandro Barbero e Franco Cardini; deve saper copiare dalle buone pratiche, ma anche dalle cattive per capire dove risiedono gli errori; deve essere capace di portare il pubblico all’interno della complessità storica; deve saper costruire un progetto. Il public historian deve essere anche un digital historian e possedere almeno le competenze digitali di base.

Il digitale ha permesso, negli ultimi cinque anni, l’esplosione del mercato legato al neoumanesimo. Grazie alla memoria collettiva e sociale, ora è possibile costruire l’immaginario storico anche in assenza del documento orale, ma ciò porta anche alla diminuzione dell’autorità dello storico e al cyberbullismo della storia. Per Marcello Ravveduto in un ambiente digitale lo sguardo dello storico diventa fondamentale: solo attraverso di lui si può affrontare il tema della fake history, trasformandola in dibattito.

Secondo Arnaldo Donnini (RAI Storia) la televisione è il medium più estraneo alla storia: schiaccia tutto al presente, non tiene conto del vero/falso dando ragione a chi ha più visibilità, non c’è rispetto delle fonti, la percezione di un periodo storico si basa su documentari e fiction. Per la sua esperienza, la storia non si può far vedere, ma va raccontata: lo storytelling è più onesto della fiction. Nella sua appassionata esposizione, Donnini ci ha informato anche dell’esistenza dei portali tematici Rai.

Il lavoro di verifica delle fonti elettroniche, sottoposte ad un’analisi rigorosa, è nell’esperienza che Stefano Mangullo ha avuto con la Fondazione e l’Istituto Gramsci per la mostra “Antonio Gramsci e la Grande Guerra”. La particolarità della mostra è stata quella di legare la biografia gramsciana agli eventi di cui ricorre quest’anno l’anniversario: oltre agli 80 anni dalla morte di Gramsci, sono 100 dalla Rivoluzione di Ottobre, da Caporetto, dalla rivolta di Torino. Strumenti fondamentali, accanto agli archivi cartacei, sono state le raccolte digitali di documenti e immagini.

Ancora di televisione ci ha parlato Aldo Russo (Unicity Spa), ricordandoci che deve costruire programmi per la pubblicità e che questa, a sua volta, è costruita sulla menzogna e sulla suggestione, eludendo la critica dell’individuo. Quindi la TV non fornisce contenuti ma post-verità, attraverso un linguaggio pervasivo che convince il pubblico che quello sia il linguaggio più efficace.

Per capire è necessario aumentare l’immaginazione e non la realtà, ma questo può essere vanificato dalla mediocrità col suo potere distruttivo dirompente. L’arma migliore per non cadere nella mediocrità è l’equipe: diverse professionalità che lavorano insieme portando ciascuna il meglio della propria esperienza.

 

Rosalba Mengoni

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