#iorestoacasa: Isem e il “lavoro agile” – 5

Rispondendo alla domanda: “con quale spirito i dipendenti Isem affrontano lo smart working?“ Maria Giuseppina Meloni ci ha condotto dentro il mondo degli archivi, coinvolgendoci nel fascino esercitato dalla ricerca documentaria.

Covid19: chiusura degli archivi e ricerche in standby

Per un ricercatore di scienze umane lavorare a casa non è una novità. Molte volte capita che anche il sabato e la domenica o durante le vacanze, nella solitudine di una stanza della propria casa, si porti avanti un articolo, una monografia, una relazione alla quale si sta lavorando, specie se incombe una scadenza nella consegna. Ma è lo stesso lavoro di ricerca e soprattutto di scrittura che richiede una concentrazione, una continuità che spesso non ammettono stacchi. Quando un lavoro è in fieri, il pensiero torna spesso lì, per cui è difficile al ricercatore staccare completamente una volta lasciata la sede di lavoro e varcata la porta della propria abitazione. Per questo, il periodo che stiamo vivendo che ci costringe a stare a casa, non cambia moltissimo le abitudini di lavoro di uno studioso di scienze umane. Quello che è anomalo, invece, e che crea grossi disagi costituendo un limite per questo tipo di ricerche, è la chiusura delle biblioteche e degli archivi statali. Questi ultimi, in particolare, custodi della memoria scritta dei popoli, costituiscono il pane quotidiano degli studiosi di storia.

Alcuni tomi custoditi nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona

L’importanza di questi Istituti, in Italia, sembra oggi spesso dimenticata dalla società civile e, quel che è peggio, dalle autorità di governo, a giudicare dai problemi in cui archivi e biblioteche si dibattono da anni. Principale problema è la carenza di personale dovuta a un mancato ricambio generazionale, che ha costretto alcuni archivi addirittura a chiudere al pubblico; altro problema è l’insufficienza di risorse finanziarie che consentano una più moderna gestione del materiale conservato attraverso la digitalizzazione. Fortunatamente alcuni archivi di grande interesse per chi si occupa di storia del Mediterraneo tardo medievale sono stati in grado di digitalizzare almeno una parte della loro documentazione: penso all’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona che, al pari di altri importanti archivi storici spagnoli, attraverso il portale PARES (Portal de Archivos Españoles), mette a disposizione degli studiosi una parte del suo immenso patrimonio documentario. In situazioni come l’attuale, nella quale è impossibile spostarsi, ma anche nella normale quotidianità, la possibilità di consultare dal proprio computer documenti che prima si potevano raggiungere solo recandosi di persona nella capitale catalana (fino a non molti anni fa non raggiungibile con gli odierni, comodi ed economici voli low cost) è un vantaggio impagabile. Anche se, personalmente, non posso fare a meno di ricordare con nostalgia le mie prime missioni di studio a Barcellona, la scoperta di quella splendida città, che tanta parte ha avuto nella storia della Sardegna, le lunghe ore trascorse nello storico archivio situato nel barrio gotico, e l’emozione del contatto diretto con i vetusti registri di cancelleria, carichi di storia, con le pagine ingiallite e macchiate dal tempo vergate dagli scrivani del Tre e Quattrocento. Un tesoro prezioso arrivato fino a noi attraverso generazioni di archivisti che li hanno custoditi con cura e rispetto.

Quando l’emergenza sanitaria ha costretto alla chiusura di tutti gli spazi pubblici, da circa un mese frequentavo l’Archivio di Stato di Cagliari per una ricerca sul quartiere portuale di Cagliari, Lapola o Marina, tra tardo Medioevo e prima Età moderna. La ricerca si inquadra in un progetto multidisciplinare dell’ISEM finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna, “Città tra mare e laguna. Da Santa Gilla a Cagliari. Aspetti archeologici, geologici, storici, insediativi e sociali”, nel quale sono impegnati anche gli altri colleghi dell’Istituto, oltre a studiosi delle università di Cagliari e di Sassari.

Cagliari, quartiere Marina

Anche l’Archivio di Stato di Cagliari ha già da tempo intrapreso la digitalizzazione dei documenti conservati e degli strumenti di ausilio alla ricerca, in particolare è possibile consultare in rete una parte del fondo più antico, denominato Antico Archivio Regio, un complesso documentario formato dagli archivi delle magistrature preunitarie risalenti al periodo della dominazione catalano-aragonese e spagnola (1323-1720) e sabauda (1720-1847), fonti di grande importanza per lo studio della storia politica e sociale della Sardegna e delle sue relazioni con il mondo iberico tra Medioevo ed Età moderna. Il mio interesse però, nell’ambito del progetto in cui sono impegnata, si è rivolto a una diversa tipologia di fonti, i protocolli notarili della Tappa di Cagliari: poco numerosi per quanto riguarda il periodo medievale (ci sono pervenuti i protocolli di soli otto notai a fronte dei numerosi professionisti che rogavano in città attestati dalle fonti), ma in numero abbondante a partire dalla prima metà del Cinquecento. Questa documentazione, purtroppo, non è stata finora inclusa nei programmi di digitalizzazione dell’Archivio e deve essere necessariamente consultata in loco. I documenti redatti dai notai (testamenti, atti di compravendita di case e terre, contratti mercantili, matrimoniali e di apprendistato, inventari ecc.) sono quelli che, a mio parere, offrono maggiormente uno spaccato vivo e immediato della società del tempo, consentono di entrare in contatto, al di là di alcune formule stereotipate, con la vita quotidiana delle persone vissute nei secoli passati. La mia ricerca si stava focalizzando sui protocolli rogati da alcuni notai cagliaritani della prima metà del Cinquecento al fine di raccogliere informazioni sugli aspetti sociali del quartiere marittimo: la composizione sociale, la presenza di stranieri o di immigrati provenienti dall’entroterra isolano, i mestieri esercitati, la presenza di confraternite o associazioni di mestiere ecc.  Dagli atti notarili emergono i luoghi e gli abitanti della Marina, persone appartenenti alle classi medio-basse della società (le élites economiche e politiche cagliaritane vivevano nel quartiere di Castello), che animano le strette strade del quartiere affacciate sulle banchine del porto: fabbri, bottai, conciatori, mercanti, marinai, calafati, nati e cresciuti lì ma anche di antica o recente immigrazione, tra i quali genovesi, napoletani, castigliani ormai radicati nella città. Un’umanità varia, potremmo definirla minuta, che non compie gesta memorabili ma che costituisce il tessuto sociale ed economico del quartiere e della città, un’umanità che i documenti ci restituiscono con grande immediatezza e vivacità. La mia ricerca era appena iniziata quando il diffondersi dell’epidemia ha indotto dapprima il direttore dell’Archivio a ridurre le postazioni della sala di studio e a introdurre il numero chiuso per consentire agli utenti di lavorare a distanza di sicurezza, poi ha costretto alla chiusura a tempo indeterminato. Le fonti da esaminare sono ancora tante e sicuramente ricche di spunti di approfondimento. Attualmente la situazione sanitaria è in lento miglioramento e si prevede a breve una graduale riapertura delle diverse attività.

Non rimane che augurarci che anche le biblioteche e gli archivi italiani possano presto riaprire e mettere di nuovo a disposizione dei cittadini il prezioso patrimonio di cultura e di memoria che custodiscono. 

Maria Giuseppina Meloni

 

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