Tra Europa e piazza: il dopo-voto in Catalogna e l’isolamento di Puigdemont

Nella giornata di ieri Carles Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya, ha rilasciato alcune importanti dichiarazioni in una conferenza stampa. Il president ha incalzato così il corso degli eventi, mentre gode di un’mportante visibilità mediatica accesa dai tristi fatti di domenica scorsa. Il primo annuncio riguarda la creazione di una commissione di inchiesta: essa avrà il compito di indagare sulle violenze perpetuate dalla polizia nell’ambito del referendum, con un’attenzione particolare alla supposta “violazione di diritti” da parte delle forze dell’ordine. Allo stesso modo, poi, ha dichiarato di offrire il supporto economico e tecnico della Generalitat a coloro che, danneggiati dall’azione poliziesca, dovessero decidere di intraprendere azioni legali in tale direzione. Contestualmente, il leader catalano ha reclamato il ritiro immediato del contingente di diecimila uomini inviato da Madrid, come anche la fine del congelamento dei beni dell’autonomia catalana.

            Un altro punto fondamentale del suo discorso è stato la richiesta di mediazione da parte delle istituzioni europee, fattore che era stato previsto precedentemente da alcuni analisti. Il president ha infatti dichiarato che si tratta di “una faccenda europea, non domestica”, e che “il momento è tale da consigliare mediazione, e che sia internazionale affinché sia efficace”: “l’Unione Europea”, ha proseguito, “non può guardare da un’altra parte”. Nel frattempo, poi, congela l’ipotesi di una dichiarazione di indipendenza, posticipando la sua eventuale proclamazione ed affermando però al contempo che non è una strada che si esclude a priori. L’idea di Puigdemont, in pratica, è quella di costringere il governo umiliato di Mariano Rajoy a discutere in un ambiente internazionale, mettendosi alla pari di un’istituzione nazionale e dialogandoci a tu per tu sotto le pressioni della società civile – che intanto si mostra ferma nello sciopero generale convocato per oggi avvalendosi, di fatto, del riconoscimento implicito degli Stati europei.

            Questa tattica, però, non sembra convincere molto gli attori chiamati in causa. L’Europa ha infatti risposto con freddezza al referendum, e già poco prima delle dichiarazioni di Puigdemont aveva dichiarato la sua posizione attraverso le parole di Margaritis Schinas, portavoce del Presidente della Commissione Europea. Una posizione che si può riassumere in pochi concetti: richiamo al dialogo, condanna astratta della violenza (“non può mai essere uno strumento politico”), appoggio alla legalità costituzionale spagnola e conseguente condanna della votazione di domenica. Inoltre la CE ha dichiarato che l’unico modo in cui la Catalogna potrebbe raggiungere l’indipendenza è attraverso i mezzi legali e costituzionali, vale a dire un’ipotetica consultazione organizzata dal governo centrale. Anche in tal modo il nuovo Stato si troverebbe fuori dall’Unione, vedendosi costretto a portare avanti tutto il percorso per rientrarvi. Infine, ha dichiarato che al di là delle questioni istituzionali “questi sono tempi per l’unità, e non per le divisioni e le frammentazioni”. L’allusione, più o meno voluta, è probabilmente diretta a tutte quelle realtà indipendentiste che in questi giorni stanno scendendo nelle piazze di tutta Europa, incoraggiate dall’esempio catalano; realtà che premono su un’Europa sempre più stanca e divisa.

            Un duro colpo per l’equipe dell’europeista Puigdemont, che però – come abbiamo visto – non ha demorso. L’indizione di una tavola rotonda nel Parlamento Europeo, stabilita per oggi alle 16, potrà sembrargli una pallida consolazione, ma pur sempre un inizio. Meno incoraggiante, però, il coro delle reazioni internazionali a difesa della legalità costituzionale: dopo la CE, infatti, si sono espressi in tal senso anche il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, il presidente francese Macron ed il governo tedesco, lasciando il president catalano in una situazione poco promettente. Quanto al governo italiano, il premier Gentiloni ha invece preferito assumere un profilo più distante. Quasi tutti, ad ogni modo, condannano vivamente le violenze del giorno del referendum, senza però esporsi troppo. L’ONU, dal canto suo, ha dichiarato la propria proposta di effettuare un’indagine “imparziale” sui fatti di domenica.

            Il primo ministro Rajoy, intanto, si è consultato con i grandi partiti nazionali. Nonostante il grave indebolimento della sua immagine, infatti, il premier ha intavolato un dialogo con il Partito Socialista e con Ciudadanos, giovane creatura del centrodestra neoliberista. Quanto a Podemos, invece, il suo leader Pablo Iglesias – non incluso nella discussione – ha preso una posizione radicale, esigendo le dimissioni di Rajoy a fronte della sua supposta incapacità di gestire la crisi.

            Pedro Sánchez, del PSOE, ha sottolineato invece in questa sede l’urgenza del dialogo con Puigdemont, che per lui deve aprirsi “di forma immediata”. Il leader socialista ha poi annunciato che chiederà spiegazioni sulle violenze di domenica scorsa, chiedendo inoltre a Rajoy l’inclusione dello stesso Iglesias nelle trattative. Quanto a Ciudadanos, partito nato in Catalogna ma convinto unionista, la reazione è decisamente diversa: il suo segretario generale Albert Rivera ha infatti intimato, di fronte alla minaccia di una dichiarazione di indipendenza – che egli ritiene probabile in poche ore –, la sospensione dell’autonomia catalana attraverso l’articolo 155 della Costituzione. Un passo successivo, spiega, sarebbe la convocazione di nuove elezioni regionali, al fine di scongiurare definitivamente la minaccia indipendentista.

            Il clima di protesta, però, si fa sempre più teso. Le manifestazioni continuano in tutta la regione, mentre in supporto degli indipendentisti si scende in piazza anche nei Paesi Baschi. Il numero dei manifestanti feriti è cresciuto nuovamente, ed anche la polizia inizia a contare i suoi. Per le strade, però, il coro di chi protesta ha ampliato il proprio frasario: “Fuori le forze di occupazione!”, si sente in tutta la Catalogna. E vi si scorge già un’eco lontana, che richiama alla pesante eredità imperiale della Spagna, nonché alla repressione franchista; una repressione iniziata con la battaglia dell’Ebro, e simboleggiata dalla successiva sfilata di carri armati per l’Avinguda Diagonal. Immagini ancora vive nella memoria dei catalani; i quali, però, non sembrano disposti a fermarsi neanche a fronte di una velatissima minaccia militare – peraltro improbabile a compiersi –.

            Prosegue intanto anche la “guerra delle polizie”, con accuse reciproche tra i Mossos d’Esquadra e la Guardia Civil, la Policía Nacional e gli organi del governo. I cittadini, peraltro, sono arrivati a veri e propri atti di sfida nei confronti delle forze dell’ordine nazionali: in tutta la Catalogna non si contano gli episodi di tensione, mentre i poliziotti si sentono gridare insulti dalla popolazione. Nel municipio di Colella, poi, si è arrivati a far cacciare i poliziotti dai tre alberghi in cui erano stati ospitati: è stata la stessa sindaca Montserrat Candini a imporlo alle strutture ricettive, dichiarando davanti alla folla protestante che “non vogliamo che gli alberghi di Calella siano una caserma”.

            La Catalogna, in sintesi, è in ebollizione. Una situazione in cui il dialogo sembra essere sempre più l’unica soluzione. Allo stesso tempo, però, esso viene reso ancora più difficile dalle tensioni nelle piazze da un lato, e, dall’altro, dall’allontanarsi delle posizioni dei diversi attori politici. L’Europa, su cui si erano riposte le speranze di Puigdemont, ha accettato solo in parte il suo ruolo di garante, prendendo al contempo una posizione ben precisa e ben lontana da quelle catalaniste.

            Il president può forse ancora sperare nelle proposte del governo centrale, oltre che in una mediazione esterna sempre più sfocata. Eppure sembra ben determinato: d’altronde, quando si mobilitano milioni di votanti e li si espone alle manganellate, sembra logico non arrendersi alle prime difficoltà. Quanto agli attivisti catalani, intanto, gli rimane solo la piazza; e lo sciopero generale che oggi, sia pure boicottato dai più importanti sindacati nazionali (UGT, CC.OO…), promette di paralizzare la regione.

 

                                                                                                                                                                    Enrico Giordano

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