Il discorso del Re ed il caos della piazza

 Alle 21 di ieri, il Re di Spagna Felipe VI si dirigeva agli spagnoli con un discorso particolarmente duro. Un messaggio che rompeva un lungo silenzio e che, reso pubblico al termine di una giornata di feroce protesta, non ha mancato di suscitare dure critiche da parte indipendentista. Il Re ha infatti mostrato il suo volto più assertivo, condannando in primo luogo la Generalitat e sottolineando l’intrinseca unità della Patria. Quest’ultima, oltre ad essere un ideale da perseguire, è anche – nel discorso di Felipe – un diritto. Un diritto che però viene minacciato: e non solo ai catalani che desiderano rimanere nel Paese, ma al popolo spagnolo nel suo complesso.

È proprio all’ “insieme degli spagnoli” che il Re si dirige. Il discorso inizia con poche parole eloquenti: “Stiamo vivendo momenti molto gravi per la nostra vita democratica”. Il carattere di urgenza vi si mostra quindi subito, contro gli indipendentisti che perseguono “un inaccettabile tentativo di appropriazione delle istituzioni storiche della Catalogna”. Quest’ultima, dunque, viene identificata con le sue istituzioni storiche, che sarebbero messe in pericolo da un governo regionale colpevole di una “condotta irresponsabile”. Si tratta di un discorso retto non solo sulla legalità, ma anche sulla Storia: i catalani, vi si esprime in maniera chiara, possiedono già le loro istituzioni; ed esse sono pienamente inserite nel contesto di un Paese democratico e di Diritto, che ne garantisce la libertà e l’espressione identitaria.

Il discorso esprime sostanzialmente una condanna dell’operato del Govern catalano, con una durezza che non contempla l’enunciazione di proposte politiche chiare. Le motivazioni che sottendono a tale condanna, però, appaiono interessanti da un punto di vista ideologico e della filosofia politica: il Re sottolinea come solo la Legge renda possibile la pace, la vita democratica e lo Stato di Diritto, e come questi ultimi siano non solo un contenitore, ma anche il punto di arrivo della volontà e delle fatiche di milioni e milioni di spagnoli. Sovvertendo tale ordine, dunque, ci si approprierebbe con l’arbitrio di istituzioni libere e rappresentative: esattamente ciò che Felipe VI recrimina all’equipe indipendentista, che oltretutto toglierebbe al resto degli spagnoli e ai catalani unionisti il diritto di vivere quella che – si intravede nelle parole del Re – è anche la loro terra. “L’unità della Spagna, la difesa della Costituzione ed il rispetto della legge” costituiscono dunque l’impegno di Felipe VI, in un duro discorso di condanna che non lascia spazio né a proposte né a interpretazioni.

 La posizione del Re, che pure ha indignato i fautori dell’indipendenza, non dovrebbe però averli sorpresi più di tanto. Sia solo per il nome scelto dal sovrano, erede onomastico diretto del primo Borbone di Spagna: quel Filippo V che, nel 1714, aveva annientato gli organi rappresentativi catalani, iniziando una dura repressione dell’identità regionale. Al di là dei richiami storici più o meno casuali, ad ogni modo, c’era forse da aspettarsi un richiamo all’unità nazionale da colui che ne costituisce uno dei simboli più alti. Ciò che è venuto a mancare però, almeno agli occhi degli indipendentisti, è l’altro ruolo che il Re rappresenta: quello del mediatore. Prendendo una posizione così netta nei riguardi delle sole istituzioni catalane, infatti, il sovrano ha sorvolato sulla presenza di oltre due milioni di spagnoli che a loro volta avevano lanciato un messaggio ben chiaro, liquidando il tutto come antidemocratico.

 Le reazioni a questo discorso non si sono fatte attendere, a cominciare da quella entusiastica del presidente del Governo: Mariano Rajoy (Partido Popular), infatti, ha colto l’occasione per invitare anche gli altri partiti ad allinearsi alle posizioni del sovrano, incalzato da un Albert Rivera (Ciudadanos) che afferma che il Re “ha messo la faccia per tutti”. Più moderato Pedro Sánchez, del PSOE: il leader socialista dichiara infatti di apprezzare l’invito del discorso alla serenità, mentre ne critica la mancanza dell’appello per il dialogo. Sul fronte opposto invece si trova Pablo Iglesias, di Podemos, che afferma che il Re “non parla a nome nostro”.

La giornata di ieri, d’altronde, è stata particolarmente calda. In un martedì che fino al discorso di Felipe si era caratterizzato per un relativo silenzio politico, infatti, la piazza ha invece parlato forte: lo sciopero generale, come promesso, ha paralizzato la Catalogna. Esso ha infatti registrato delle alte percentuali di adesione nella maggior parte dei settori, arrivando a portare settecentomila persone nelle piazze di tutta la regione; fino a sfociare, poi, in una vera e propria fronda nei confronti delle autorità nazionali e delle forze dell’ordine.

 Le manifestazioni, concentratesi in particolare a Barcellona, hanno avuto una distribuzione sparsa e disordinata. La circolazione ne ha sofferto in misura particolarmente grave: sia quella privata, bloccata dalla chiusura di 51 strade, sia quella pubblica, inattiva fino alle 5 del pomeriggio. Il blocco della viabilità ha interessato anche le autostrade, bloccate dagli attivisti che hanno improvvisato proteste di ogni tipo: già alle prime ore del giorno, infatti, si sono registrate code fino a dieci kilometri per autostrada. Le pressioni dei manifestanti si sono indirizzate anche contro i pochi esercizi commerciali rimasti aperti, che sono stati invitati a chiudere per partecipare allo sciopero. Tensioni anche vicino alla sede di Ciudadanos di Barcellona, la cui presidente all’interno del Parlamento catalano Inés Arrimadas ha denunciato delle pesanti “intimidazioni” da parte degli attivisti.

Le proteste maggiori, in ogni caso, si sono dirette contro la polizia nazionale, come risposta alle violenze di domenica scorsa. I manifestanti hanno infatti assediato la sede della Policía Nacional in via Laietana, una delle arterie principali della città: un vero accerchiamento di massa, protrattosi al grido di “Fora fora fora la policía espanyola!” (“Fuori fuori fuori la polizia spagnola!”). Dalle caserme, in tutta risposta, sembra che si siano sentite gridare più volte le frasi “Viva España!”, e “Viva la Policía Nacional!”. Il Ministero degli Interni, nel frattempo, si è preoccupato di rassicurare le forze dell’ordine riguardo alla loro incolumità, che pressate dai manifestanti chiedono una maggiore libertà di azione.

 Allo stesso modo, è stata prolungata fino al giorno 11 la permanenza del contingente mandato da Madrid, al fine di ristabilire la regolarità della vita quotidiana nella regione. Soraya Sáenz de Santamaría, vicepresidente del Governo di Spagna, dichiara il pieno controllo della situazione da parte delle forze dell’ordine, dopo aver tacciato come “mafiosi” gli episodi verificatisi ieri in due hotel di Pineda de Mar. A tal riguardo, per la cronaca, sia gli hotel che il Municipio smentiscono le supposte minacce che avrebbero ricevuto per far allontanare i poliziotti alloggiati nelle strutture, mentre la Fiscalía apre un’indagine in merito.

Pedro Sánchez, nel frattempo, chiede ufficialmente il richiamo della vicepresidente di Governo, dovuto all’azione poliziesca di domenica scorsa; un cambio di strategia del leader socialista, che alza la voce dopo aver “mantenuto l’appoggio al Governo fino ad ora nei confronti della sfida indipendentista” (“El País”). È però lo stesso Partido Popular a rispondergli, accusandolo direttamente di “trafficare” con i fautori dell’indipendenza. Allo stesso tempo, il presidente Rajoy cerca di evitare il confronto con il Parlamento, annunciando che si presenterà di fronte al Congreso “quando potrà”, nell’arco della prossima settimana.

 Ci sono degli ultimi fattori da citare, per capire il fermento di ieri. Innanzitutto l’Europa, che dopo le dichiarazioni di lunedì si è chiusa in un silenzio significativo, pronunciandosi però in maniera critica rispetto alla “Brexit”. In secondo luogo il mondo dell’informazione spagnola, ultimamente in preda a delle convulsioni di carattere deontologico: in questo caso è il Consejo de informativos della televisione pubblica a pronunciarsi, rendendo noto un documento firmato lunedì scorso in cui si esigono le dimissioni della cupola dirigenziale. Il motivo, stando al documento, è il rilievo insignificante dato durante i telegiornali alle violenze della polizia, fattore su cui grava l’accusa di manipolazione. Un’altra dichiarazione da prendere in esame è quella delle banche catalane, che affermano di non aver notato dei significativi prelievi di capitale in vista della possibile dichiarazione d’indipendenza, scongiurando quindi – per ora – uno dei timori maggiormente diffusi in relazione al tema. La Fiscalía, dal canto suo, dichiara che l’azione poliziesca durante il referendum illegale “non ha compromesso la convivenza” cittadina.

Infine, molto interessanti appaiono anche le dichiarazioni della Unión de Oficiales de la Guardia Civil, che compara la situazione attuale in Catalogna con quella dei Paesi Baschi dell’81. Si tratta di un’affermazione molto forte, in aperto contrasto con le rassicurazioni del Governo e dei tribunali sul controllo generale della situazione e sull’incolumità della polizia. Mettendo a paragone il caos in Catalogna con un periodo storico costellato di violenze e di attentati contro i civili e le forze dell’ordine, l’Unione degli Ufficiali ha segnalato la gravità di un problema che è sotto gli occhi di tutti, mentre dichiara allo Stato un sentimento di fragilità ed impotenza. Riesumando, ancora una volta, il fantasma violento della Transizione democratica.

                                                                                                                                                  Enrico Giordano

Leave a Reply