“Dalla scoperta del Nuovo Mondo alla Ricerca del Passaggio a Nord Ovest”: Giancarlo Villa pubblica la sua ricerca

Nel mese di Settembre 2017 Giancarlo Villa, borsista dell’Isem – CNR, ha pubblicato il risultato della sua ricerca, nata prima come tesi di Laurea Magistrale in Storia presso l’Università La Sapienza di Roma, poi approfondita in un successivo periodo di studio in Irlanda, e culminata nella stesura del volume dal titolo: Dalla scoperta del Nuovo Mondo alla ricerca del Passaggio a Nord Ovest. Il primo incontro con i nativi americani nella letteratura di viaggio inglese (1497-1612)”.

Il libro ricostruisce le avventure dei primi esploratori inglesi nel Nuovo Mondo dalla fine del Quattrocento al diciassettesimo secolo. Dai viaggi di Giovanni Caboto e di suo figlio Sebastiano, al visionario progetto di ricerca di un Passaggio a Nord Ovest per raggiungere il Catai di Martin Frobisher e John Davis nel sedicesimo secolo, sino ai primi tentativi di colonizzazione di Sir Humprey Gilbert a cavallo del diciassettesimo secolo, la storia degli inglesi nel Nuovo Mondo è intrisa di ritardi e fallimenti, di illusioni e delusioni, di grandi progetti utopici e di imprese mancate. Il libro di Giancarlo Villa ripercorre, utilizzando principalmente i resoconti ed i diari di bordo degli stessi navigatori, le avventure di questi primi esploratori, con un’attenzione particolare all’incontro-scontro con l’Altro, in questo caso i Nativi nordamericani. Ecco una breve intervista all’autore:

 

  
Com’è nata l’idea di scrivere questo saggio?

Ho sempre avuto una passione per gli esploratori e le esplorazioni atlantiche. Si tratta di esperienze umane eccezionali, in quanto frutto di un mondo non ancora del tutto scoperto, o mappato. Oggi non abbiamo più spazi bianchi sulla carta geografica, luoghi ancora da scoprire, pieni di mistero. L’ignoto, nell’epoca delle mappe satellitari e dei GPS, è diventato una merce rarissima. Henry David Thoreau, filosofo, scrittore e attivista statunitense, scriveva che il mondo, perdendo il suo lato selvaggio ed inesplorato, si è inesorabilmente impoverito. Credo che nelle sue parole vi sia un fondo di verità.
Proprio per questo, probabilmente, le esplorazioni dei navigatori a cavallo del XVI secolo sono così piene di fascino: si tratta di qualcosa di irripetibile.

Ho scelto di dedicare la mia attenzione alle avventure dei navigatori inglesi perché, tra i paesi che si dedicarono alle esplorazioni atlantiche, sono tra le meno conosciute. Questo probabilmente a causa del ritardo con cui l’Inghilterra, a differenza di altre nazioni, decise di dedicare energie alla creazione di colonie in America. Un ritardo in parte giustificato dalla natura fallimentare dei primi sbarchi, come spiego nel libro.
Ben poche delle fonti che ho utilizzato sono tradotte in italiano, ed anche la storiografia del settore, pure autorevolissima, presenta a mio parere ancora degli spazi vuoti su cui poter lavorare, come io ho cercato di fare in questo saggio.

  
Come si struttura il libro?
 
Il libro si divide in due parti: la prima è prettamente storica e ripercorre le varie fasi delle navigazioni degli inglesi verso l’America. Sono le fonti a parlare: lascio che siano i Caboto, i Frobisher ed i John Davis a raccontare con le loro parole queste esperienze. Sono dei narratori straordinari ed io mi limito a contestualizzare e spiegare gli eventi e le possibili correlazioni tra loro, utilizzando chiaramente anche tutta la storiografia disponibile sull’argomento, soprattutto inglese.
Nella seconda parte, invece, conduco un’indagine di stampo più antropologico, concentrandomi sulla natura dei rapporti che intercorsero tra gli esploratori inglesi ed i Nativi nordamericani. Si tratta di un argomento imponente, che ho affrontato con il fondamentale supporto di un esperto del settore, il professor Sergio Botta dell’Università La Sapienza di Roma. Avendo io una formazione storica, ho grandemente beneficiato del suo consiglio e dei suoi spunti per quanto riguardava l’approccio antropologico. Questo ha dato all’opera un respiro ben più ampio quasi multidisciplinare.

  

Qual è l’interesse maggiore che è dietro la scrittura di questo libro?
A costo di essere ripetitivo: la bellezza delle fonti. I Diari degli esploratori sono una lettura straordinaria. A cominciare da quello di Cristoforo Colombo, in cui mi sono imbattuto a vent’anni ed a cui ho dedicato la mia tesi di laurea triennale. Ma anche altri Diari, come quelli che ho utilizzato, pure se meno noti al pubblico, non sono affatto da meno. Anche l’ambientazione è stata un elemento importante: latitudini estreme, tempeste di ghiaccio, iceberg alti come montagne. Come non rimanerne sedotti?

Quanto alle rappresentazioni dei Nativi americani, stiamo parlando forse del più incredibile incontro/scontro della storia dell’umanità. C’è chi, tra gli studiosi, ha affermato che, se un giorno dovessimo avere dei contatti con una popolazione extraterrestre, il primo modello a cui dovremmo fare riferimento sarebbe quello dell’incontro tra gli europei ed i Nativi americani. Penso che sia un paragone coraggioso, ma che renda l’idea della portata di quello che è accaduto mezzo millennio fa, sulle sponde dell’Atlantico.

Per maggiori informazioni sul libro di Giancarlo Villa è possibile cliccare QUI

 

                                                                                                                                                                                      Giulia Trombetta

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